Itinerari piemontesi – l’Armangia di Ignazio Giovine

Itinerari piemontesi – l’Armangia di Ignazio Giovine

Rubrica a cura di Susanna Schivardi e Massimo Casali

ITINERARI PIEMONTESI – L’ARMANGIA DI IGNAZIO GIOVINE ci fa ripercorrere un bel pezzo di storia attraverso zone vitivinicole, terroir e prodotti estremamente variegati e di grande qualità.

Quando la sperimentazione vince avvalendosi di una tradizione consolidata, in un territorio come quello di Canelli dove due vitigni unici quali Il Moscato bianco e la Barbera si incontrano, in un paesaggio che il mondo ci invidia. Il tutto portato avanti con un know-how tecnologico di alto livello.

LE ORIGINI

Siamo a Canelli, provincia di Asti, tra le Langhe e il Monferrato.

Ignazio Giovine fin dall’inizio della bella chiacchierata si mostra vivace e ironico. “Non siamo nobili di famiglia, lo giuro! Anche se le vigne risalgono al 1720, la famiglia Giovine ha sempre avuto origini legate alla terra e fino al 1960 sono rimasti agricoltori, poi mio padre e il mio prozio hanno iniziato a fare del commercio oltre all’attività agricola, infine mio padre che era un orso ma ci vedeva lungo, mi ha lasciato tutti i vigneti dicendo fai un po’ quello che vuoi, arrangiati”. L’azienda di famiglia si chiamava Ignazio Giovine ma chiaramente l’Ignazio collegato con noi oggi ha dovuto rinominarla per non creare confusione con il trisnonno, scegliendo il nome L’Armangia, che significa la rivincita.

Nel 1988 “mi sono staccato dalla cantina di famiglia e ho ricominciato tutto daccapo”. La rivalsa, perché? “Volevo dimostrare che Canelli non è solo un serbatoio di vino dolce, ma una zona da vino bianco dove si può fare un po’ di tutto”. Per iniziare con moscato, chardonnay e sauvignon e dal ‘95 è stata aggiunta la barbera d’asti superiore, ampliando i vigneti dai due ettari iniziali, “ma per come sono fatto io – ironizza Ignazio –  per ogni filare faccio un tipo diverso di vino, ogni volta che assaggio cambio idea, ho una deriva così, su 11 ettari ho 12/13 etichette”.

Giuliana e Ignazio

Quando era piccolo la madre soffriva di gastrite e ha dovuto mangiare patate bollite e bere dolcetto per ben cinque anni, “io ho assaggiato il primo dolcetto un anno fa al ristorante, da piccolo ne ho avuto talmente tanto di patate e dolcetto che per anni non potevo più vederli. Ho bisogno di cambiare panorama, mi stufo presto”. Ma questa attitudine al cambiamento si è dovuta addomesticare di fronte al metodo classico. Nato nel 2004, insieme all’idea dell’amico Paolo Avezza, che ha voluto fare qualcosa per conto proprio. “E’ un giocattolino che mi piace tanto, ma so che non riuscirò ad arrivare a 4000 bottiglie, perché non voglio togliere uve ad altri prodotti”. Ci crede, se avesse dieci anni in meno metterebbe a punto tutti i progetti che ha in mente. Già il ventaglio di scelta che propone è immenso.

TANTE IDEE PER VARIARE, MA SEMPRE CON CAUTELA

“Ho terreni meravigliosi ma per fare più Metodo Classico ci vorrebbe un’energia tale che adesso non mi sento”. Non esclude che nel futuro possa sviluppare questo piccolo sogno. I suoi vini li definisce giocattoli, paragona il lavoro ad un videogioco, è ironico e realista, il suo carattere ruvido ma schietto ci accattiva.

“Punto il piede sull’acceleratore ma adesso che facciamo degustazioni alla cieca anche con 80 campioni, non posso rischiare troppo. Quando vado all’estero per degustazioni pubbliche mi spiace fare brutta figura, quindi sono cauto”. Fare sempre al meglio è il motto e il risultato è quello che c’è nella bottiglia.

Con la scusa della cattiva ricezione wi-fi, Ignazio si sposta e ci mostra la sala degustazione estiva e sfruttata per il periodo Covid, ci mostra poi le colline, una parte di quella di Sant’Antonio, famosa per il Moscato.

Qui i terreni sono molto variabili, “ho 3 chardonnay diversi da 3 diversi terreni, 4 barbera e di uno di questi non c’è traccia in Italia, lo vendo solo all’estero. I terreni variano di 100 in 100 metri, non ho un terreno uniforme, e mi permetto di giocare”.

Ignazio Giovine

Ignazio è anche enologo, fa tutto da solo. “Mi piace seguire le mie idee, non ho il certificato bio ma per esempio la scorsa settimana ho fatto   un trattamento con estratto di erba medica – sorride – con zolfo e un rame a basso dosaggio, insieme ad altre erbe che funzionano come concime, una sorta di stregoneria!”. E’ allergico alle certificazioni “ma pian piano ci vado a finire perché il mondo le richiede”. I vini naturali? “Le cose devi farle perché tecnicamente hanno senso non perché il mercato le pretende. I vini morbidi? Chi li vuole vada altrove, qui non potrò mai farli. Devo giocare con quello che ho a disposizione”. Il genius loci è la sua linea guida, non ha dogmi e la tecnica è la sua legge. Non segue il marketing, segue la natura. Lavorare con il cuore e non con il portafoglio. 

L’Alta Langa lo mette alla prova, non può cambiare idea facilmente perché i 5 anni di attesa sono più forti di qualsiasi umore. “Sono convinto che l’Alta langa è destinato a crescere definitivamente, qui in cantina va a ruba. Molti lo comprano aspettandosi un prodotto “facile”, il mio però è secchissimo, acido, fa 60 mesi con dosaggio zero, che va bene con carni grigliate, invece alcuni per seguire la moda lo propongono come aperitivo. Del resto quando segui i trend non puoi che sbagliare”. L’Alta Langa viene da colline calcaree alte fino a 800 metri, con influenza di mare e montagna, “c’è tutto per fare un prodotto buono. Ci credo ma non vado oltre quello che sto già facendo, inoltre il clima ci sta condizionando, non posso alzare le colline, ma non mi sento di spostare i vigneti e sacrificare altri vitigni”.

A seguito del cambiamento climatico, le zone più vocate danno meno problemi, come il Nizza sul Barbera, oppure la zona del Barolo, Barbaresco e Gattinara dove il Nebbiolo non subisce variazioni, qui in queste zone invece il Nebbiolo è delicato, ha grande profumo ma tannini asciutti e poco colore, la Barbera può anche arrivare a 15 gradi rimanendo fresca, con caratteristiche di frutta, quindi qui funziona. Soffre meno il Moscato Canelli, anche in annate estreme come il 2017. Mentre il Moscato a Nizza Monferrato ne ha sofferto di più, profumi e acidità sono in parte andati persi. “Ci sono diverse gradazioni del problema, in terreni argillosi nel 2017 sono usciti moscati scadenti, mentre nelle nostre zone il Moscato era comunque equilibrato”. 

Piccoli appezzamenti sono in arrivo con esposizione tra sud-est e nord-est “non compro più terreni a sud, o argillosi che danno vini molto profondi, ma talvolta non in equilibrio”. Il vino si fa perché sia bevuto e non solo per farlo assaggiare al concorso. “Magari vinco qualche premio ma in tavola non ricevo gratificazione”. Il vigneto del Nizza Docg, da disciplinare, per esempio, è stato ampliato per allargarsi a esposizioni meno soggette ad ondate di caldo e venti marini “il vino è fatto di equilibri e non di potenza. La potenza è nulla senza il controllo”.

“Sono uno di quegli psicopatici che inizia dalla vigna e arriva in America a vendere le proprie bottiglie. Siamo io, mia moglie e tre dipendenti, in alcuni momenti sono carico, ma nel 2016 quando grandinava senza sosta mi chiedevo perché lo faccio?”.

La sua passione è un sentiero tracciato “sapevo che mi stavo cacciando in una grana, vedevo mio padre andare a dormire all’una e svegliarsi alle quattro, e più mi diceva di non seguirlo, meno pensavo di fare altro, la mia educazione si è svolta in cantina. So fare solo questo”. La moglie è “vittima del destino, lavorava in una concessionaria, ci siamo incontrati in un’uscita con amici e disse non sposerò mai un agricoltore. Odio la campagna. Adesso è sommelier, mi aiuta ma è anche un capo nato, partecipa a tutte le decisioni. È quella che dice di non fare altri vini nuovi, per poi cambiare idea e proporre qualche novità”.

Almeno il 70% arriva all’estero, “con grandi volumi in Norvegia, e molto in North Carolina che assorbe l’80% del vino venduto in U.S.A. grazie ad un caro amico importatore. Tanto Moscato ed esplosione in Asia, dove in questo periodo, in seguito alla forte ripresa Post Covid, vorrebbero grandi quantità, ma ad un certo punto il vino finisce.”

Australia e Kazakistan per terminare questo giro del globo, con tanti piccoli clienti sparsi in giro.

“Ospiti di ogni genere, tanti nordici, svizzeri, svedesi, olandesi che stanno comprando molte case nei dintorni, sono tutti nostri ambasciatori con le nostre bottiglie che riportano nei loro paesi di origine”. Passaparola vincente. “Anche chi viene qui e prende solo due bottiglie va seguito bene, è un consumatore straniero che parla del Piemonte e del buon bere a quelli del suo paese. E’ come un volano che prende velocità ed è inarrestabile”.

DEGUSTAZIONE

Degustare i vini accompagnati dalla descrizione di Ignazio è veramente un piacere immenso. Partiamo dall’Alta Langa che Ignazio ci consiglia di abbinare a piatti sostanziosi perché è un vino capace di sostenere anche una cucina più elaborata. Nonostante fosse sboccato appena il 10 di aprile scorso questo spumante esprime delle caratteristiche non indifferenti. Ottima l ‘effervescenza fine e persistente con profumi freschi di frutta fresca, fiori ed un ottima mineralità, in bocca la freschezza è importante e questo ci fa ricordare le parole del padrone di casa che lo abbina con piatti importanti. Al palato rimangono questi fiori freschi e frutta quasi acerba che ti invogliano ad un altro calice. Le classiche caratteristiche del metodo classico ci sono ma in maniera molto lieve, pertanto le note di crosta di pane e pasticceria sono appena percepite. Che dire, un vino da bere sempre anche come un aperitivo di qualità superiore.

A seguire apriamo lo Chardonnay 2019 Pratorotondo Piemonte d.o.c.

La vigna si trova a circa 200 mt slm con pendenze fino al 10% ed un terreno fortemente drenante. Queste caratteristiche pedoclimatiche donano carattere e freschezza a questo vino che per un 25 % fermenta in legno ed il resto in acciaio. La parte che passa in legno dona longevità, carattere con la possibilità di utilizzare pochissimi solfiti, mentre il restante, in acciaio, trasmette freschezza e profumi. Grazie a questa lavorazione questo vino può tranquillamente rimanere in bottiglia per molti anni. Ignazio ci racconta che ultimamente ha bevuto bottiglie del 1997 perfettamente evolute in ottime condizioni. Inoltre, prima di uscire in commercio, questo vino riposa almeno 16 mesi in bottiglia.

Moscato Canelli

Al naso intenso, molto minerale con profumi di frutta non troppo matura e fiori bianchi, accenni di vaniglia e miele probabilmente grazie all’utilizzo della botte in legno. In bocca secco e molto minerale. Una buona sapidità accompagnata da una piacevole freschezza. Il corpo ci riempie il palato ed Ignazio ci spiega che è una qualità data dal riposo sulle fecce. Molto intenso e persistente è sicuramente un vino di ottima qualità.

Grazie all’ampiezza questo vino lo possiamo abbinare ad una calamarata di pesce o ad un Cappone di Morozzo con verdure.

Il primo rosso che andiamo ad assaggiare è il “TITON” Nizza D.O.C.G 2018 prodotto con uve Barbera al 100%.

Ignazio lo definisce il suo primo figlio a bacca rossa, per questo è il vino principale per l’azienda. Premiato, da anni, su molte guide enologiche questo vino viene ottenuto su una collina molto vicina all’area del moscato con un terreno calcareo argilloso. TITON è il risultato del raccolto di tre vigne vicine tra di loro ma con esposizioni differenti che variano dai 34 agli 84 anni di età. Dopo la vinificazione in acciaio, il prodotto di due vigne viene spostato in fusti di rovere francese da 300 lt per un anno con un continuo batonnage, mentre il restante riposa in botti grandi. Dopo un anno il vino viene assemblato e rimane per sei mesi nelle botti grandi prima di essere imbottigliato e messo in commercio.

Barbera di altissima qualità con una gradazione alcolica difficile da percepire sia al naso che in bocca. Al naso frutta rossa, ciliegia, confettura e fiori rossi, la mineralità presente con note di pietra focaia. In bocca un vero piacere con una freschezza importante, data sia dal tipo di uva sia dal terreno. Il passaggio nelle botti piccole appena percepito con note di vaniglia e mora selvatica. Anche se è un 2018 è pronto da bere ma Ignazio ci garantisce che qualche anno di riposo lo perfeziona. Qualità eccellente, lo abbiniamo ad una tartare di carne ovviamente Piemontese o a dei formaggi non troppo stagionati.

Ora abbiamo il “VIGNALI” Nizza d.o.c.g. riserva 2016.

Vino con la stessa lavorazione del precedente ma completamente diverso e questo è dovuto soprattutto dalla zona in cui è piantato. Ovviamente Barbera 100% su terreno gessoso ed argilloso con una esposizione più a ad ovest e quindi più assolata rispetto a quella del TITON, si esprime con un po’ più di morbidezza grazie ad un ph di acidità più elevato.

Al naso molto intenso con note di frutta rossa matura, rabarbaro e pepe nero ed una leggera balsamicità. In bocca molto profondo, con una buona freschezza accompagnata da note di cacao amaro con un accenno di vaniglia. Nonostante la gradazione alcolica, 14.5, la sensazione di calore è appena percepita. I tannini sono presenti in modo delicato e di ottima qualità. Sicuramente alla fine di una degustazione così importante questo vino lo abbinerei a qualche castagna di Cuneo igp, mentre per una cena lo vedo bene vicino ad un Brasato o ad uno stracotto.

Finiamo i rossi con “MACCHIAFERRO2015 Piemonte d.o.c. Albarossa ottenuto da uve Albarossa che provengono da un incrocio di Chatus (nebbiolo di Dronero) e Barbera. Ignazio lo definisce un vitigno un po’ particolare. Va vendemmiato con leggero ritardo rispetto agli altri per poter rendere più morbidi i tannini e l’acidità. Al naso minerale con note di confettura, more e ribes non mancano le spezie con pepe nero ed accenni ematici.

Al gusto subito notiamo la freschezza nonostante sia un 2015, con un tannino ben presente. Per questo Ignazio sottolinea il fatto che la vendemmia deve essere effettuata al momento giusto per evitare che queste caratteristiche siano penalizzanti. Proprio queste sensazioni avvicinano questo vino a piatti grassi e con una intensa succulenza. Ovviamente Ignazio lo avvicina alla bagna cauda con la quale questo vino diventa un vero velluto. Probabilmente il solo riposo in botte grande dai 14 ai 16 mesi lascia a questo vino un colore intenso, quasi nero, e la forza per poter crescere nell’arco degli anni.

Arriviamo al Moscato d’Asti d.o.c.g. Canelli

Come dice Ignazio, un vignaiolo Canellese che non produce Moscato potrebbe definirsi zoppo. Da poco definito d.o.c.g Canelli, distaccandosi dal Moscato d’Asti, questo vino ha una resa ettaro più bassa ed una zonazione più ideale. Inoltre è stata creata una Riserva dove questo Moscato deve rimanere per almeno 30 mesi in bottiglia. Ignazio ci assicura che il Riserva darà grandi sorprese anche ai palati meno esperti. Al naso il Moscato di Armangia sembra una macedonia di frutta matura, mela, pesca, ananas note fresche di agrumi ed una buona balsamicità. In bocca l’effervescenza molto elegante e morbida con una piacevole sapidità, questa frutta dolce che, accompagnata da una acidità non indifferente, non diventa stucchevole. 5.5 i gradi alcolici per questo moscato che, servito ben freddo, può prendere sicuramente il posto ad una birra in una calda giornata in riva al mare, grazie anche alla grande integrazione di sali minerali che riesce ad apportare.  Ci avviciniamo ai saluti con Ignazio avvertendo ancora quella salivazione data dal suo Moscato di Canelli.

Per ora ci prendiamo una breve pausa, torneremo presto con altre interviste, ci auguriamo in presenza. Non perdete i prossimi appuntamenti con eventi e degustazioni che continueremo a seguire nel Lazio

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