La riforma del criterio di democrazia arriva dal basso

La riforma del criterio di democrazia arriva dal basso

Editoriale del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo. Ancora oggi molti affibbiano questa frase a Voltaire, ma è un errore tra i troppi che si compiono, per ignoranza e superficialità. La frase è da attribuire alla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, che nel suo libro “The friends of Voltaire” pubblicato nel 1906, commise una sorta di errore di cui poi si scusò: mise tra virgolette la famosa frase, che in tal modo fu attribuita a François-Marie Arouet, il cui  pseudonimo è Voltaire.

Oggi dovremmo vivere in una società moderna, ripulita dalle costrizioni del passato, dalle chiusure mentali derivanti, anche, da contesti storici in cui il diritto umano, o concetti quali la libertà di espressione e di pensiero erano impensabili. Invece ci ritroviamo immersi in un pantano soffocante, privati della libertà di esistere se solo ci azzardiamo a meditare sui fatti che accadono nel mondo attivando la capacità critica, divenuta ormai mercanzia rara.

Una sorta di riforma della democrazia è avvenuta senza scomodare costituzionalisti e parlamentari, perché è stata acclamata a maggioranza dal popolo, che diviene sovrano solo nel momento in cui la massa non riesce a progredire e preferisce condividere un pensiero unico, metodo assai più semplice e meno stancante del dover utilizzare i neuroni e attivare le sinapsi.

Per avere una riprova di questo stato di cose oggi possiamo analizzare i comportamenti di un gran numero di persone grazie ai Social network. Guai a dissentire dalle convinzioni comuni e su qualsiasi tema. La calda e comoda cuccia del rigido pensare comune, dettato con metodi sapienti da chi governa il paese, è difficile da abbandonare per chi ha scarsa propensione alla curiosità, allo spirito critico, alla ricerca della verità.

Pensare pesa e stanca il cervello di chi ne è fornito in scarsa misura. Essere trainati dal mucchio salva chi non intende perder tempo a ragionare, analizzare e riflettere. Il pensiero comune è la cura all’ignoranza, all’incapacità di mettere insieme un ragionamento proprio. È l’espressione di un sistema che si riempie la bocca di frasi fatte, o dette da altri, che fanno scena e mettono a riposo la mente e la coscienza.

Se diverremo tutti uguali, non sarà necessario combattere per un ideale diverso. Se ci omologheremo al pensiero comune, non avremo necessità di agire. Quanta pochezza in queste assolute convinzioni.

Oggi, se non vuoi rischiare l’emarginazione – seppur in forma virtuale – dalla società civile, devi evitare di esprimerti liberamente, devi evitare di regalare le tue riflessioni attente e meditate ai cittadini di maggioranza, che possono “democraticamente” disattivarti dal mondo parallelo sul web chiedendo la tua estromissione, temporanea o perenne, dai Social network. Che puntualmente approvano l’istanza.

Parallelamente, chi gestisce questi contenitori virtuali di varia umanità, non procedono mai contro i violenti, contro chi ingiuria pubblicamente, contro chi non permette la libera espressione del pensiero. Il popolo della maggioranza, composto da quelli che hanno il coltello dalla parte del manico per il fatto di pensare poco con la loro testa e di essere quindi elementi perfetti in un sistema imperfetto, ha vinto.

Non sanno di aver vinto contro se stessi. Per costoro l’importante è stare dalla parte della maggioranza, senza mai chiedersi se stanno dalla parte giusta.

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Gli Scomunicati è una testata giornalistica fondata nel 2006 dalla giornalista Emilia Urso Anfuso, totalmente autofinanziata. Non riceve proventi pubblici.

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