Intervista esclusiva a cura del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso
Nel 1996 il dottor Nino Cartabellotta, specializzato in medicina interna e gastroenterologia, siciliano doc trapiantato a Bologna, ha fondato il Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, meglio conosciuto attraverso l’acronimo GIMBE. L’obiettivo di questo gruppo? Diffondere in Italia l’Evidence-based Medicine (EBM). Qualche anno dopo, più precisamente nel 2010, diventa promotore della costituzione della Fondazione GIMBE con lo scopo di migliorare la salute delle persone e ottimizzare l’uso del denaro pubblico. Oggi Cartabellotta è considerato uno dei massimi esperti per ciò che riguarda la sanità e la ricerca scientifica nel nostro paese. L’ho incontrato nuovamente, dopo averlo intervistato lo scorso anno per il settimanale Visto, per un aggiornamento in merito alla situazione del nostro Sistema Sanitario Nazionale, da cosa dipendono certe criticità e in cosa sperare per il futuro.

A 5 anni dall’esplosione della pandemia da SarsCov2 la sanità nazionale è migliorata o peggiorata?
La sanità pubblica è decisamente peggiorata. La pandemia ha esacerbato problemi preesistenti e ne ha generati di nuovi. Se da un lato ha messo in luce la straordinaria competenza e resilienza del personale sanitario, dall’altro ha lasciato il SSN in una condizione di profondo affanno.
Le liste d’attesa si sono ulteriormente allungate: nel 2023 circa 4,5 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami diagnostici, di cui 2,5 milioni per motivi economici, con un incremento di quasi 600.000 persone rispetto al 2022. Inoltre, la carenza di personale si è aggravata con un numero di medici di famiglia e infermieri in caduta libera. La pandemia ha lasciato in eredità un SSN più fragile, privo di una reale capacità di ripresa strutturale, che senza interventi strategici rischia di non reggere l’urto delle nuove sfide sanitarie.
In meno di 50 anni il SSN italiano è stato letteralmente fatto a pezzi: quali sono le ragioni di massima di questo dissesto?
Il dissesto del SSN è frutto di un definanziamento cronico che si protrae da oltre un decennio: tra il 2010 e il 2019, il SSN ha perso oltre € 37 miliardi, tra tagli per risanare i conti pubblici e riduzione delle risorse rispetto ai livelli programmati. Durante la pandemia (2020-2022), l’aumento del Fondo Sanitario Nazionale di € 11,6 miliardi è stato interamente assorbito dall’emergenza COVID-19, mentre nel periodo post-pandemico (2023-2024) l’incremento di € 8,6 miliardi è stato eroso in larga misura dall’inflazione e dall’aumento dei costi energetici.
La Legge di Bilancio 2025 ha previsto un aumento di € 2,5 miliardi di cui € 1,2 miliardi già stanziati dalla Manovra precedente. E per gli anni successivi gli incrementi saranno minimi, con un tasso di crescita quasi nullo a partire dal 2027. Questo quadro si traduce in una riduzione dell’offerta pubblica di servizi sanitari, con un conseguente ricorso crescente alla sanità privata da parte dei cittadini. A ciò si somma la progressiva riduzione del personale e l’assenza di una programmazione strutturata dei fabbisogni: oggi mancano all’appello quasi 5.600 medici di famiglia e il nostro Paese conta solo 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,8. Infine, negli anni si è assistito a un progressivo spostamento di attività dal pubblico al privato accreditato, che in molte Regioni riveste un ruolo dominante.
Questa dinamica ha compromesso l’universalità e l’equità del sistema, con il rischio sempre più concreto di una sanità a doppia velocità, dove il diritto alle cure dipende dalla capacità di spesa dei cittadini più che dai reali bisogni di salute.
A suo parere quali azioni sono le più urgenti per risollevare le sorti del Servizio Sanitario Nazionale?
La priorità assoluta è il rifinanziamento strutturale e, in parallelo, occorre un piano straordinario per il personale, perchè medici e infermieri e tutti i professionisti sanitari sono il vero motore del SSN.
Vorrei soffermarmi proprio sulla figura professionale dell’infermiere: uno su quattro in attività nel nostro SSN ha già più di 55 anni e ogni anno il sistema perde circa 10 mila infermieri tra dimissioni, pensionamenti e abbandoni volontari. In assenza di un adeguato ricambio generazionale, questi numeri non sono sostenibili e rischiano di compromettere gravemente la tenuta del sistema, aggravando la carenza cronica di personale e rendendo insostenibili i carichi di lavoro sia nelle corsie ospedaliere che nei servizi territoriali.
Inoltre, per completare la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR servono almeno 20-27 mila Infermieri di Famiglia o di Comunità: ma senza disponibilità di personale questa transizione rischia di restare solo sulla carta.
La riforma Lorenzin e i tagli applicati per risparmiare risorse pubbliche, hanno in qualche modo limitato l’accesso alle prestazioni sanitarie?
Richiamare oggi un singolo provvedimento di oltre dieci anni fa rischia di essere fuorviante se non lo si colloca in un quadro più ampio e stratificato.
Il progressivo indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale, infatti, non è responsabilità di una riforma o di una singola stagione politica: è il risultato di decisioni, omissioni e tagli operati da tutti i governi negli ultimi 15 anni, a prescindere dal colore politico.
Il combinato disposto di sottofinanziamento strutturale, vincoli di bilancio e tetto di spesa sul personale sanitario ha messo l’intero sistema sotto pressione, compromettendo la capacità di garantire un accesso tempestivo, equo e universale alle cure.
La Fondazione GIMBE ha osservato questo lento declino denunciando puntualmente ogni singolo provvedimento lesivo per la sanità pubblica dando voce al disagio crescente di cittadini e professionisti. Ma nel frattempo si sono radicate le diseguaglianze regionali e le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie sono diventate un problema strutturale.
Una domanda che si pongono molti italiani: il SSN migliorerà e tornerà ai servizi di eccellenza di un tempo o dobbiamo attenderci una riforma globale del sistema sanitario?
Il SSN può tornare ad essere un sistema d’eccellenza, ma solo a condizione che venga avviata una riforma globale accompagnata da un deciso rilancio del suo ruolo pubblico.
Senza una visione di lungo termine e interventi strutturali mirati, rischiamo di scivolare verso un modello sempre più frammentato e privatizzato. La vera sfida oggi non è solo garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ma ricostruire un SSN capace di rispondere concretamente alle nuove esigenze demografiche e sanitarie del Paese. La popolazione italiana invecchia rapidamente: entro il 2034, gli over 65 rappresenteranno il 29,4% della popolazione e gli over 80 saliranno al 9,1%, generando una domanda crescente di cure per le cronicità croniche e assistenza territoriale.
È favorevole alla privatizzazione?
Il tema non è essere favorevoli o contrari alla presenza del privato, ma definire con chiarezza quale debba essere il suo ruolo all’interno del SSN. Il privato accreditato è un “pezzo” del SSN: deve avere un ruolo complementare, mai sostitutivo, rispetto al SSN e il problema è quando finisce per fagocitarlo.
Ma questo dipende dalle modalità con cui negli anni le politiche sanitarie regionali hanno utilizzato lo strumento dell’accreditamento, Il “privato puro” non accreditato, in continua espansione, è un erogatore privato sostenuto da investitori privati che hanno come obiettivo primario il profitto. E rischia di creare un “doppio binario” per offrire servizi prestazioni sanitarie a chi può pagare di tasca propria o tramite rimborsi assicurativi. In linea con una visione liberista dove la sanità diventa un mercato e la salute una merce.
È stata presentata di recente la Carta di Cernobbio, il risultato di uno studio elaborato da Motore Sanità che contiene 10 soluzioni per risollevare il SSN. Cosa ne pensa?
L’iniziativa offre spunti interessanti e in buona parte condivisibili: dalla necessità di superare le diseguaglianze regionali alla valorizzazione delle risorse umane e alla responsabilizzazione dei cittadini.
Tuttavia, come Fondazione GIMBE sottolineiamo da tempo che la crisi del SSN non può essere affrontata con interventi isolati, ma richiede una visione strategica più ampia e un piano di interventi integrati. Per questo motivo, abbiamo aggiornato il nostro Piano di Rilancio del SSN: un programma articolato in 13 punti, che prescrive una vera e propria “terapia” necessaria a salvare il nostro SSN “malato”.
Un piano che ha come bussola l’articolo 32 della Costituzione e il rispetto dei princìpi fondanti del SSN, mettendo nero su bianco le azioni indispensabili per potenziarlo attraverso risorse adeguate, riforme coraggiose e una radicale e moderna riorganizzazione.
L’attuazione di questo piano non può tuttavia prescindere da un nuovo patto politico e sociale, che superi divisioni ideologiche e avvicendamenti dei Governi, riconoscendo nel SSN un pilastro della nostra democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore per lo sviluppo economico del Paese (www.salviamo-ssn.it).
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Gli Scomunicati è una testata giornalistica fondata nel 2006 dalla giornalista Emilia Urso Anfuso, totalmente autofinanziata. Non riceve proventi pubblici.
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