Recensione a cura di Angela Bitetto
Al Teatro Quirino è andato in scena, dal 18 al 23 marzo, Sior Todero Brontolon per la regia di Paolo Valerio che porta sul palco l’opera di Goldoni in dialetto veneto, una scelta di aderenza al testo originario che incanta per musicalità ed armonia. La scena si apre sulla casa-laboratorio dove tutti i personaggi in perfetti e ricchi costumi d’epoca a cura di Stefano Nicolao sono affaccendati nelle loro mansioni. Ogni attore si muove congiuntamente con una marionetta, un alter ego dalle stesse fattezze, che ne mima ogni mossa. La loro presenza sul palco è ingombrante ed ambigua: un monito al fatto che ognuno di noi incarna un personaggio stereotipato, una marionetta facile da manovrare toccando i fili giusti, oppure che ognuno di noi ha in pugno le proprie sorti visto che sono gli attori stessi a muovere le proprie marionette. Di sicuro tutta l’opera si presta a più chiavi di lettura, a seconda del personaggio da cui si parte.

E’ la storia di Sior Torero, interpretato da un magnifico Franco Branciaroli, un vecchio avaro ed ostinato che “padrone di casa” domina la vita della sua famiglia condizionandone le sorti a tal punto da voler imporre un matrimonio infelice alla nipote solo per risparmiare la dote e assicurarsi i servigi del proprio fattore. Gioca a fare il gran burattinaio con la vita degli altri attirando solo l’odio e la ripugnanza di chi lo circonda.
E’ la storia, anche e soprattutto, di una donna e madre, interpretata da una perfetta Maria Grazia Plos, che lotta con tutte le sue energie contro la tracotanza e l’ottusità del mondo maschile per salvare sua figlia da un triste destino. E’ lei che rappresenta la chiave del cambiamento e che con tenacia conquista per la figlia la libertà di scegliere il proprio futuro e l’affranca dal piccolo inferno familiare in cui anche lei si è trovata invischiata.
E’ la storia di alleanze femminili che superando i propri interessi personali con intelligenza e astuzia si coalizzano per raggiungere obiettivi più alti e liberarsi dalla dominanza di chi le vuole relegare a poco più che oggetti di casa e di scambio piuttosto che persone in carne e cervello.
E’ una storia d’amore dove i sentimenti di animi giovani e gentili superano le consuetudini sociali e gli stereotipi del tempo per ascoltare i desideri del cuore e dare nuova speranza alle loro vite.
E’ una storia a lieto fine ma che lascia l’amaro in bocca perché l’eco di “Cussì comando mi, son patron mi” riecheggia e bussa nella testa con la certezza che in alcuni ambienti patriarcali anche oggi sia la realtà dominante da cui non si riesce ancora ad uscire.
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Gli Scomunicati è una testata giornalistica fondata nel 2006 dalla giornalista Emilia Urso Anfuso, totalmente autofinanziata. Non riceve proventi pubblici.
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